Dopo qualche tentativo fallito (sembra che la sua vita sia molto più complicata della mia, la cosa mi lascia perplesso ma concediamogli le attenuanti generiche e via
) ieri sono riuscito a rincontrare un vecchio amico.
Una cosa tranquilla e conviviale, la classica uscita aperitivo+pizza+birra, tanto per aggiornarci su che cosa cacchio stiamo facendo delle nostre vite, sparare un po’ di vaccate assortite e conoscere la sua dolce metà (e confermare che è un tenerone, anche se effettivamente questo l’ho sempre saputo…).
Per fare breve una storia un po’ lunga alla cena erano presenti anche altre due persone, un ragazzo e una ragazza loro amici, personaggi un po’ curiosi; o meglio non tanto lui quanto lei…
L’impatto iniziale è stato ruvido, la ragazza era piuttosto acida, soprattutto nei confronti del suo amico che l’aveva portata (trascinata?) lì, sembrava nella classica situazione “vorrei essere da qualsiasi altra parte ma non qui”;
confesso che ho rischiato di scendere nella pozzanghera e iniziare con le uscite acide pure io ma, per fortuna, mi sono trattenuto (che sia l’età a farmi diventare più misurato? Chi può dirlo…).
La persona in questione soffriva e, verso la fine della serata, mi è stato un po’ chiarito il perché e il percome di questa sofferenza, ma non è questo il punto della mia riflessione.
Vedete, essere tentati di archiviare il malessere di questa ragazza come un “banale” patema di cuore o come un “problema” sentimentale post-adolescenziale sarebbe semplice e, per certi versi giustificato; con un mondo che deve scontrarsi quotidianamente con problemi quali il riscaldamento globale, la violenza (fisica e verbale) della politica e delle vite delle persone, i soprusi e le angherie assortite che riempiono i TG, la tendenza a relativizzare le situazioni spiacevoli che osserviamo nelle nostre immediate vicinanze è alta.
Eppure la sofferenza è qualcosa di ampio, esteso, che solitamente colpisce quando meno lo si aspetta e lascia impotenti ed inermi, sia questa dovuta alla perdita di una persona cara, ad un tradimento, alla malattia o alla morte. Perché davanti a questi accadimenti abbiamo atteggiamenti così diversi, come se la salute della persona non fosse una ma ne esistesse un’intera moltitudine?
Nel 1948 fu istituita l’OMS la quale, nella sua costituzione, definisce la salute come
stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia
Utopistico magari e sicuramente esagerato, davanti a situazioni che, sono convinto, si risolveranno col semplice susseguirsi delle stagioni (chi non ha mai subito una dura botta sentimentale non penso sia così fortunato come crede di essere…) però questo non può essere da consolazione per chi sta soffrendo. Nel momento stesso in cui questa sofferenza lo attanaglia il relativizzare, inneggiare alla vendetta o ad altre azioni colorite farà sentire bene chi afferma queste cose, non chi è in uno stato di malessere.
Mi spiace di aver indugiato nella fase “tutti gli uomini sono stronzi” ieri e di aver sbagliato approccio (non completamente magari e con un piccolo lampo di coscienza sul finale di serata, tuttavia insufficiente) con te (che probabilmente non leggerai mai ma non è così importante che accada, non temere
) ieri, sono cose che fanno male, e ora non te ne frega giustamente un cazzo del fatto che passerà, che ne troverai di migliori, che tanto era uno stronzo/un frocio/altro, quando si sta male è QUI e ORA che si soffre, non domani nella propria casa…
So che quest’avvenimento sembrerà banale a molti ma, personalmente, mi ha chiarito le idee molto di più di tutte le lezioni che possono essere impartite da un vecchietto in un’aula di università su come approcciare in modo corretto un paziente. Si impara per errori e per imitazione, speriamo di farne tesoro ora…
